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Photography is Jazz for the eye

Photography is Jazz for the eye

“La vita somiglia molto al jazz… è meglio quando si improvvisa.”

- George Gershwin

“Troppo alcol questa sera” pensai, ero convinto che in quel particolare stato psicofisico non sarei riuscito a tirar fuori neppure uno scatto decente. Il nostro viaggio in Patagonia era giunto al termine, eravamo di nuovo a Buenos Aires, tra due giorni soltanto avremmo ripreso l’aereo che ci avrebbe riportato a casa. In quei giorni mi sentivo come se avessi appena finito di fare l’amore, triste e felice allo stesso tempo, condizione strana che solo la fine di un lungo viaggio e il compimento dell’atto sessuale ti portano a vivere, ancora eccitati ma spossati, bisognosi di riposo ma vogliosi di ricominciare, la notte di Buenos Aires era piacevolmente tiepida, decidemmo di incontrare il nostro cicerone Bruno in centro. L’ostello nel quale alloggiavamo iniziava ad animarsi e prima di uscire ci fermammo al bar dietro la reception per tracannare qualche strano miscuglio dolce e traditore che una simpatica arzilla signora inglese aveva preparato per gli ospiti e gli avventori della serata, il terzo bicchiere riempito con perizia fino all’orlo, come i precedenti, mi fece anche risultare meno sgradevole la musica reggae che da inizio serata suonava a tutto volume nel locale. Io e i miei due compagni uscimmo verso le undici per raggiungere Piazza de Mayo e più precisamente la “Casa Rosada”, sede del governo e punto di incontro con Bruno, vestiti leggeri e macchina fotografica rigorosamente in spalla cantammo lungo il tragitto, come sempre.

Le proposte della serata furono sostanzialmente tre: 1) Locale/discoteca, bocciata, 2) Centro sociale, “mmmm vediamo nel caso ci si va più tardi, 3) Jazz Club, accolta all’unanimità.

Ancora non riesco a spiegarmi perché ordinai Fernet e Cola, ok l’empanadas prosciutto e formaggio serviva a riempire lo stomaco e permettermi di concludere la serata senza conseguenze gastro – intestinali, ma la scelta della bevuta per me rimane tutt’ora un mistero, credo che la mia poca lucidità e le  discussioni dei giorni precedenti sul fatto che quello pareva essere l’aperitivo per eccellenza dei giovani argentini mi condizionarono parecchio. Gli standard che riuscivo a riconoscere mi parvero ben eseguiti, senza grosse variazioni i giovani musicisti passavano da Coltrane a Miles Davis, per poi accennare  qualcosa di Parker, Mingus, Gillespie , ma io avevo bisogno di aria. Seduto nel cortile interno del club fumai distrattamente giocherellando con il menu della fotocamera, non la riconobbi subito, dapprima iniziai a muovere a ritmo la testa, credo che il movimento del mio piede fu determinante, mi girai e vidi dalla finestra che dava sul palco all’interno il sassofonista eseguire un assolo sulle note di “Blue Train” di Coltrane, fu istintivo il movimento della mia mano, quasi incontrollato, portai il mirino davanti all’occhio destro e quasi in maniera meccanica scattai la prima foto della serata, sapendo esattamente cosa avrei rivisto nel visore appena l’otturatore avesse compiuto il suo dovere.

Jazz, improvvisai per tutta la sera, mi lasciai guidare dall’istinto e dal mood di quella musica che risuonava nella mia testa anche quando le mie orecchie smisero di raccoglierla.                                                                                                                                                                                                       Jazz piccola!!! Se cerchi di capirlo non puoi amarlo.