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“Avremo sempre Parigi”

“Avremo sempre Parigi”

“Se hai avuto la fortuna di vedere Parigi da giovane, dopo, ovunque tu passi il resto della tua vita, essa ti accompagna perché Parigi è una festa mobile”   - Ernest Hemingway

Ci sedemmo affamati al caffè del museo, ordinammo entrambi un piatto di lasagne e una mezza brocca di vino bianco, per ingannare l’attesa controllavo affascinato gli scatti effettuati nella giornata dal piccolo schermo della macchina fotografica, la mia prima macchina fotografica digitale. Lei osservava distrattamente gli altri avventori del caffè, per lo più turisti giapponesi e anziani benestanti, l’eccessivo costo delle portate presenti nel menù limitava molto la varietà della clientela. Parigi e i suoi fantasmi erano il nostro sogno condiviso, le lunghe conversazioni su Modigliani, Picasso, Hemingway, ci portarono fino a quel posto magico tanto bramato, eravamo giovani ed incoscienti, il mondo e la vita reale non ci avevano ancora toccati.

Una bambina dai biondi capelli ricci sedeva di fronte alla madre, una  giovane donna bellissima ed elegante, al tavolo di fianco al nostro, mangiava educatamente il suo pranzo mentre il genitore leggeva un quotidiano, controllandola ogni tanto le regalava un sorriso. Assaporavamo quell’istante assieme alla nostra pietanza, poco più che maggiorenni stavamo pranzando al caffè del Museo del Louvre, a fatica cercavamo di mantenere la compostezza giusta da nascondere l’eccitazione del momento, ci guardavamo sogghignando complici dei nostri segreti.

Passeggiammo lungo i vasti corridoi del museo fermandoci di opera in opera con l’atteggiamento di chi non voleva sembrare un turista, io con fare da fotografo navigato, di tanto in tanto, poggiavo l’occhio nel mirino del regalo (apprezzatissimo) dei miei genitori del natale precedente, e fingendo esperienza e sicurezza scattavo qualche istantanea. La giornata passò velocemente, come del resto la settimana della nostra permanenza nella capitale Francese.

Qualche giorno fa cercando vecchie foto nel mio archivio digitale ho trovato questa: una veduta della città attraverso l’orologio del museo del Louvre, una piccola foto a bassa qualità, grezza e sprecisa, amatoriale. Ho sorriso nel vederla, subito sono riemersi dalla mia memoria ricordi cristallini, ricordi di sensazioni;                                                                                                                                                                                                                 il cappuccino al caffè La Rotonde, nel quale volevo rubare il menù, soltanto perché portava stampate le firme dei grandi artisti che l’hanno frequentato negli anni d’oro della città, le lunghe camminate accompagnate dai nostri discorsi sull’arte e sulla letteratura lungo strade nascoste, l’antipatico portiere del nostro albergo che affettuosamente avevamo ribattezzato “Il merda” per i suoi modi elegantemente scorbutici, ma soprattutto è riemerso il ricordo di quel pranzo al caffè del Museo del Louvre, le eccessivamente care lasagne alla “Bolognese”, il fresco e appagante vino bianco, la bambina educata e la sua bellissima madre, i rumorosi turisti e i composti anziani abituè, e due giovani ragazzi seduti al centro della sala, lei collo lungo, capelli scuri e sorriso bonario, lui occhiali rettangolari e guance paffute contento come un bimbo della macchina fotografica nelle sue mani.

Peccato che una fotografia possa solo restituire l’occhio del fotografo, qualche volta la sua poetica nel momento dello scatto, ma non le sue sensazioni, i rumori, le conversazioni, gli odori e sentimenti di quel preciso momento…